Immergersi nella cultura giapponese significa anche incontrare alcune particolarità tipiche di questa affascinante popolazione. Soprattutto grazie ad un recente e più fedele adattamento di anime, manga, light novel, film e molto altro, conosciamo meglio gli usi e i costumi dei giapponesi nel loro quotidiano. E quale miglior esempio dell’uso dei cosiddetti “suffissi onorifici”? Ma cosa sono esattamente e come vengono inseriti in un contesto?

Un esempio calzante del loro frequente uso lo abbiamo, giusto per darvi un’idea, nella novel dark/fantasy di Enji Arai, Sugar Dark: in varie occasioni, Crow, uno dei misteriosi personaggi che ruotano attorno al protagonista, si rivolge a lui con diversi suffissi onorifici. La loro presenza può essere destabilizzante, ma basta prenderci confidenza.

Crow in una illustrazione della light novel Sugar Dark

I “suffissi onorifici” sono particelle che variano di genere (maschile o femminile), aggiunti dopo il nome di una determinata persona. Ce ne sono parecchi e tutti diversi nella forma e nel significato. Quando troviamo sia nome che cognome di qualcuno, normalmente il suffisso si trova attaccato al cognome. Si tratta di forme di rispetto che troviamo quasi esclusivamente sui nomi propri, ma anche sugli animali, come i vezzeggiavi. Non si tratta di elementi grammaticali, ma di parti fondamentali della sociolinguistica giapponese. Il suffisso va usato nel discorso quando ci si riferisce all’interlocutore o a una terza persona.
Quando il grado di intimità è molto alto (amici d’infanzia, famiglia, amanti, ecc), allora si usa il nome proprio di qualcuno senza suffisso oppure si fa uso dello yobisute.

Vediamo ora i suffissi più comuni:

Kun: uno dei suffissi più diffusi, maschile. Di solito si usa tra ragazzi, compagni di scuola, ecc ma anche tra un adulto e un ragazzo più giovane per indicare una certa confidenza. Non si usa solo a scuola o tra amici, ma anche sul lavoro;

Chan: è il tipico vezzeggiativo che in italiano potremmo tradurre come “piccolo/a”. Si usa con i bambini, gli animali, tra ragazze o con le ragazze, in famiglia e in tantissimi altri contesti. Spesso funge da diminutivo. Si tratta probabilmente del suffisso più affettuoso di tutti;

San: deriva dal più formale “sama” ed è forse il più comune, assieme a “kun” e “chan”. Si tratta di una forma di rispetto che usano un po’ tutti tra loro, che noi in italiano normalmente traduciamo con “signore/a”. E’ sia per i contesti formali, che per quelli informali;

Tan: versione storpiata di “san”, normalmente con connotazioni infantili;

Sama: versione più formale di “san”, non ha un genere. Lo si usa per rivolgersi a persone più alte di grado, anche a livello sociale e culturale, ma anche per chi possiede titoli nobiliari. Una particolarità è l’utilizzo per le divinità;

Dono: piuttosto simile a “sama”, certe volte è più ossequioso ancora. Potremmo tradurlo con “signore/a” o “padrone/a”. Si tratta di un suffisso un po’ antiquato, non utilizzato nella quotidianità.  Nel mondo di anime e manga lo si usa spesso in senso ironico ed esagerato;

Senpai: compagno di scuola o collega di lavoro più anziano, praticamente impossibile da tradurre. L’anzianità può essere anche minima. Il suo opposto, cioè il compagno/collega più giovane, si dice invece “kohai”;

Sensei: l’equivalente del nostro “maestro”, “professore”, ma anche “dottore”. È un suffisso/non suffisso, ma viene comunque usato piuttosto spesso;

Orihime Inoue dal manga “Bleach” di Tite Kubo

Vi sono anche altri suffissi, che si usano ad esempio in contesti intimi, come la famiglia: Oniisan/Oneesan (fratello e sorella), Ojiisan/Obaasan (nonno e nonna, anche usati in generale per gli anziani), Otoosan/Okaasan (papà e mamma) e tantissimi altri.  

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